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Ravenna e la cultura ludica partecipata

 

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tema 26maggio2013

Tema della festa del diritto al gioco del 26 maggio 2013

Il tema di quest'anno: GIOCARE ALL'APERTO - 2013

"Giocare all'aperto" è il tema scelto per questa nuova celebrazione ravennate del Diritto al Gioco: un evento teso ad incoraggiare la pratica ludica e motoria, la socializzazione nell'ambiente parco cittadino e non solo.

SCARICA: volantino promozionale (Kb 245)e programma delle attività (Kb 125) in formato PDF

E' incontestabile che un eccesso di paura dei genitori verso possibili e reali pericoli contenuti nell'ambiente esterno, nonchè il traffico sono le principali cause che limitano, impediscono, ai bambini e bambine di oggi - e di città - di giocare all'aperto.
Spesso i genitori citano la paura verso gli "stranieri", o quella verso il pericolo che porta possibili incidenti, problemi di igiene e ferite alla prole se essa cade e tocca gli elementi che incontra; ma in realtà c'è anche uno stato di imbarazzo nel coinvolgersi a giocare con i figli/e oppure un non sentirsi abbastanza in forma per farlo. Come anche la distanza del parco o l'assenza di esso; la pericolosità (reale o percepita come tale) del tragitto per raggiungerlo, che non consente al bambino di recarvisi in autonomia. Molto importante è anche l'ostacolo esercitato dalla pressione del limitato tempo libero a disposizione dell'accompagnatore.
Se esiste paura è necessario avvicinarla e fare qualcosa, non mantenere lo status quo. Salute, benessere, confidenza in se stessi, sviluppo di abilità relazionali e felicità sono direttamente collegati al diritto delle nuove generazioni di giocare all'aperto. Sia che si tratti di rendere un parco più accessibile ai bambini/e o di una strada residenziale che può essere facilmente trasformata in un luogo di gioco, è necessario agire e farlo in fretta. Ben più complesso risulta il cambio di mentalità degli adulti di oggi, la diffusione di una cultura dell'infanzia che torni sensibile alle esigenze ludiche dei minori di età, ed all'importanza di rendere i minori di età "resilienti" (la capacità di fronteggiare problemi ed insuccessi, nonchè mettere in campo abilità e forza per saper recuperare dallo stress conseguente) al rischio e al pericolo a loro misura, incoraggiati sulla via dell'autonomia ed indipendenza dall'adulto.
Per fare ciò, un primo passo, potrebbe essere quello di chiedere agli adulti di fermarsi e fare mente locale del luogo in cui si ricorda di avere giocato - da soli o con gli amici - provando più benessere e piacere. Solo molto raramente la risposta è collegata ad un luogo al chiuso.
Incredibile ma vero, vi sono segnali che dicono che non è più così per le nuove generazioni: oggi, esse tenderebbero più frequentemente a preferire il video gioco in casa, a non scambiare il gioco all'aperto con quello al chiuso, realizzato tra le rassicuranti pareti domestiche. E' un inizio d'indizio non noto in passato, è una percentuale consistente di bambini/e che ammette che non si sente pronto/a per poter giocare e competere con gli altri; ma tra le mura di casa tutto è possibile perchè non ci sono altri soggetti con cui doversi mettere alla prova.
E' possibile trovare il bandolo della matassa di questo problema vivendo oggi in un contesto moderno, così articolato e complesso, rispetto a quello del passato? mode e fantasmi portati dai massmedia e influenze dettate dalle pubblicità? la complicità compiacente degli adulti che trovano tutto sommato comodo avere il figlio/a a casa, tutto sotto controllo e a portata di mano? genitori che vorrebbero concedere più libertà ed autonomia ma che sono in una condizione di vita in cui non hanno altre scelte possibili se non quello di limitare il raggio di azione dei figli? altro...

ALCUNI RISCHI E/O BENEFICI DEL GIOCARE O NON GIOCARE ALL'APERTO
Correre su di un prato, gridando a squarcia gola; sporcarsi almeno le mani con il fango, seduti a terra, cercare e fare una collanina di margherite; costruire una capanna o una casa allineando sassolini e vari altri oggetti naturali e non; arrampicarsi su di un albero; costruirsi un carrettino di legno e provarlo in strada; auto-gestire una bancarella di oggetti che si desidera scambiare e barattare con gli altri... sono queste ed altre delle piccole esperienze oramai poco praticate - se non del tutto assenti - nel repertorio delle attività ludiche dei nostri bambini/e.
Per Ravenna è probabilmente diverso, si è più fortunati, visto che per molti mesi all'anno l'infanzia e preadolescenza possono godere di un tempo libero e gratuito vissuto al mare, al sole, nell'acqua, nella sabbia, tra le dune e in pineta... tutti vitali elementi naturali che si godono in alchimia con la rinascita degli essenziali gruppi gioco spontanei, spesso misti ed eterogenei, che più facilmente si formano nello spazio aperto della spiaggia, nella conviviale comunità che fa riferimento al comune "bagno al mare", da noi ancora e pregevolmente vissuto in un contesto di proprietà "familiare".
Eppure giocare all'aperto anche in città, oltre a stimolare la vitalità nelle abilità motorie, i contatti sociali, nuove conoscenze interpersonali, è anche un ottimo modo di divertirsi con poco o a nulla costo, addirittura incrementando le chances di essere più creativi ed immaginativi, inventando i giochi con cui divertire se e gli altri. E' una modalità con cui mettersi a confronto, a sperimentare abilità pro-sociali e di risoluzione del conflitto senza l'aiuto dell'adulto, ricavandone risultati più spesso positivi che negativi. Infatti il gioco ed il giocare non possono che essere auto-determinati, liberamente scelti - che rinforzano l'autostima e la confidenza in se stessi.
All'incremento dell'attività fisica - essenziale per un buon sviluppo fisico - si associa un miglioramento della concentrazione e dello stato dell'umore, riducendo l'ansietà. Certe attività ludiche, come il costruire da soli o insieme agli altri, inducono all'esercizio del problem solving e di abilità di leadership.
Il contatto con il sole all'aperto permette il fissaggio delle vitamina, che evita il deperimento delle riserve di calcio essenziali per la crescita ed irrobustimento delle ossa e del sistema immunitario; ed è oramai noto a tutti la deficienza cronica di vitamina D come caratteristica delle nuove generazioni.
Al contrario, è stato provato che poco tempo speso a giocare all'aperto porta più facilmente a disordini emotivi, obesità, diabete ed alto tasso di colesterolo, ansietà e depressione, possibili disordini nell'attenzione. Ed è di poco più di un anno fa la scoperta che un più alto tasso di miopia è diffusa tra quei bambini/e che spendono poco tempo fuori rispetto agli altri - leggere, guardare lo schermo, non sono altrettanti fattori stressanti per l’apparato visivo come l’assenza o la pochezza di assunzione di luce in ambiente naturale e all’aperto.

bozza di sabina

Silvia Vigeti Finzini nel libro "Ginocchia sbucciate" ("Interviste sull'educazione", a cura di Paola Cosolo Marangon e Paolo Ragusa) dichiara che <<...gli adulti cercano ad ogni modo di proteggere i bambini dai rischi e dai pericoli impedendo così che essi imparino a tollerare l'insuccesso e l'errore. Questi "paraurti" sono rivolti ad evitare i rischi delle esperienze infantili (scalare un muretto, saltare un fosso, arrampicarsi su di un albero, fare a botte con un amico, uscire da soli...) ma al tempo stesso nulla li ripara dall'aggressività diretta ed indirette degli adulti (stress lavorativo, conflitti, assenza reale e psichica dei genitori, prestazioni coatte, superficialità e disinteresse)>>. Ad essi si può bene aggiungere l'aggressività che proviene dall'ambiente esterno di carattere fisico e/o cittadino "non a misura d'infanzia". La pratica non quotidiana - se non rara - ed abbondante del gioco e del giocare toglie una naturale, spontanea fonte di de-affaticamento psichico ed emotivo. Saper educare l'alfabeto emotivo e sentimentale (ascoltando e stimolando il racconto, sapendo fare domande, consegnando o richiedendo un verbale che descrive...) contribuisce alla grande a limitare i danni di quanto resta "impigliato" nell'inconscio, ma che fare verso l'ambiente urbano? si va sempre tutti al mare? eppure in città ci sono anche dei bei parchi, ma bastano?

Il mondo anglosassone è quello che più di altri ha esplorato l'ambito del gioco. Due rinomati esperti come Iona and Peter Opie decadi fa constatavano il progressivo decadimento della cultura ludica popolare infantile: la qualità e quantità dei giochi che i bambini/e erano capaci di fare in autonomia, trasmettersi, ricordare e raccontare. Di recente altri ricercatori hanno modificato questa visione, fornendo indizi che "nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma": cambiando l'ambiente fisico di gioco sono mutate le forme di gioco. Infatti, essendo primaria la necessità di giocare, i bambini/e hanno adattato e reinventato il gioco, anche generando forme che sono state lette da questi ricercatori come una sorta di "stato di guerra" (più o meno dichiarato) all'adulto per la riconquista o la lotta al territorio. Ad esempio, dovendo giocare vicino o sotto casa, nel condominio, vi sono forme di gioco re-inventate dai bambini/e in cui usano l'ascensore. Così, nel "gioco dell'ascensore" c'è chi cerca e chi si nasconde ai diversi piani del palazzo, e la regola impone che ci si possa muovere solo usando l'ascensore. Diventa facilmente immaginabile quale tipo di stress questo "nascondino da blocco di casa popolare" comporta negli adulti che vi abitano, che devono o vogliono usare l'ascensore per uscire di casa senza che lo si debba attendere 10 o 20 minuti prima che sia libero. Nel libro di Colin Ward "The child in the city", si raccontano di "forme ludiche urbane e di lotta agli adulti" molto più estreme; ma si ritiene anche, e a cercare bene, che nella memoria di tutti/e noi si possono ritrovare episodi simili riconducibili al riportato esempio, riconducibili al potere che hanno i minori di età di influenzare e competere con gli adulti.
Il gioco, per sua natura e funzione, permette di trasformare la realtà per farla corrispondere ai bisogni dei suoi giocatori: i bambini/e sono capaci di giocare ovunque e con qualsiasi cosa, tutto può diventare gioco e oggetto ludico...e magari trasformarsi in forma di protesta del tutto inconsapevole ai suoi inventori, ma che può generare seri danni alla comunità.

LIBERARE GLI SPAZI ALL'APERTO
Là dove non arriva il buon senso della gente comune che torna ad incontrarsi e confrontarsi e contrattare problemi e soluzioni, perchè si abita e condividono problemi e luoghi di vita comuni, ci possono pensare le istituzioni. Secondo un articolo uscito su La Repubblica del 29 giugno 2012 a Milano, l'anno scorso, la giunta Pisapia ha approvato una speciale delibera. Spiega così l'assessore Bisconti <<... "La giunta ha così voluto riconoscere i bambini come portatori di diritti, affermando il valore del gioco". I bambini, secondo l'assessore, sono stati fino a oggi solo "oggetto di tutela", ci si è preoccupati solo della loro incolumità, "mentre noi vogliamo che sia riconosciuto il loro diritto a essere protagonisti". Certo, bisognerà rispettare le fasce orarie di tutela della quiete e del riposo, stabilite, questo sì, dai regolamenti condominiali. "In cortile - immagina Antonio Longo, docente di urban planning al Politecnico - i bambini torneranno a trovarsi da soli i loro spazi di gioco, dopo anni di aree "dedicate", giardini attrezzati, costruiti apposta per loro. E finalmente i bimbi più piccoli si mischieranno con i più grandi, come un tempo".>>
<<Anch'io da bambino abitavo in un condominio, e con gli amici ci si trovava tutto il pomeriggio giù a giocare in cortile e in strada - ricorda un'animatore del progetto IO FUORI GIOCO - e ogni genitore e adulto che abitava lì, sapeva che non vi "poteva" parcheggiare l'auto, anche solo per lavarla con comodità per una mezzora; quello lo si faceva al mattino, quando noi eravamo a scuola, o la domenica. Oppure c'erano quelli che mettevano le auto sempre in garage, oppure e solitamente le spostavano in tempi brevi se veniva loro richiesto. Il tutto era mediato da "una sorta di sensibilità popolare", un prevedere che così facendo si evitavano conflitti tra gli adulti e anche con i bambini; un sentire comune che i problemi dei propri figli erano quelli degli altri; anche dal fatto che chi aveva l'auto lavata e nuova non la voleva ritrovare con la macchia del pallone stampata sopra.>>
Su www.iodonna.it una serie di foto e brevi racconti di sette milanesi eccellenti riportano la questione sui cortili adibibili per il gioco, informando tutti di come buon senso, tradizione, intuito popolare potevano ieri, e possono oggi, risolvere problemi di cui forse - in passato - i vari protagonisti non ne erano nemmeno pienamente coscienti. E sono quei piccoli problemi che tolgono tempo, spazio, libertà ai genitori e alla prole di oggi che vive in città.
Perchè dover trovare il tempo per accompagnare il figlio/a al parco e in palestra se sotto casa si possono ricavare spazi "sottraibili" alle automobili perennemente parcheggiate, ad un'aiuola insulsa, un giardinetto decorativo fatto solo per tenere lontano tutti, a recinti che separano piccoli spazi privati anzichè farne uno ad uso comune? perchè non poter ideare e realizzare (anche con la partecipazione dei diretti interessati) percorsi accessibili (sicuri e a loro misura) all'infanzia, che permetterebbero autonomia ed indipendenza dall'adulto supervisore? restituire cioè ai minori di età il sano muoversi da soli per raggiungere mete in cui impegnare il proprio tempo libero a fare ciò che si desidera e con chi si vuole.
Note sono le ricerche che dimostrano come, da una generazione all'altra, lo spazio di movimento del bambino/a sia ridotto dalla sola casa e cortile di casa, e/o breve percorso per andare a comperare qualcosa nel vicinato e/o andare a trovare amici... alle svariate centinaia di metri - se non chilometri - fuori casa dei bambini/e di qualche generazione fa, in bici, da soli, in bande, che esploravano il territorio di vita. L'infanzia deve tornare ad essere considerata un bene comune non solo a "pelle", ma per consapevolezza della gente, per una diversa e diffusa cultura dell'infanzia, che torna a lasciare genuini segni ludici nell'ambiente esterno che dovrebbe frequentare quotidianamente, e che anche ha la possibilità di modificare il territorio che si abita.

bozza di sabina

Dove sono i segni dei gessetti lasciati per strada? gli schiamazzi urlati nella normale pratica del giocare? gli aeroplanini di carta così comuni da trovare vicino le scuole che qualche studente abilmente faceva mentre camminava nel suo percorso ritroso verso casa? si domanda Egle Becchi nel libro "Una cultura dell'infanzia" (del Comitato Unicef italiano, 1997) per consolidare il concetto che sono scomparsi i segni con cui l'infanzia racconta di se secondo il proprio linguaggio espressivo. Si sono invece moltiplicate le forme con cui gli adulti raccontano dell'infanzia, di uno soggetto che nasce debole e che ha sempre meno visibilità e voce in capitolo, in un mondo sempre più colonizzato dagli adulti <<di un piccolo che è destinatario ma non autore del discorso>>, di un contesto che sempre più fa PER e sempre meno permette il LASCIARE FARE AUTONOMAMENTE, con ancora troppo rari e coraggiosi tentativi di FARE CON i bambini/e.

Se è la paura verso i pericoli dell'ambiente esterno che blocca i genitori ad esporre di più la prole, si potrebbe insegnare loro ad essere vigili ed attenti anzichè previdenti. L'esempio verrebbe dagli adulti-modello se, loro stessi e in prima istanza, incrementando il livello di sicurezza dell'ambiente divenendo più attivi nella comunità: frequentando di più il luogo stesso di vita, attraversandolo a piedi o in bicicletta, intrattenendosi con chi vi abita; prendendosi reciprocamente cura dei figli/e degli altri (a turno, portando al parco un gruppo misto di bambini/e appartenenti a famiglie diverse9; se avete un giardino, provvedetelo con elementi naturali ludici, come la sabbia o l'acqua; piantate e coltivate assieme ai figli un giardino o un orto...
Potrebbero i nonni/e impegnarsi di più a portare fuori i nipoti/e anzichè limitarsi a nostalgicamente dichiarare "Quando ero bambino io si che ci si divertiva di più e con poco, altrochè queste generazioni senza immaginazione!"; o in campagne di sensibilizzazione che restituiscano spazi e tempi all'infanzia; o a tornare ad insegnare un pò di quella "selvaticità" che loro hanno potuto e saputo godere in passato?
Un altra idea potrebbe essere quella di affiancare le tante maestre che durante la ricreazione del mattino lasciano la classe in classe (mangiare seduti al proprio posto, o spostandosi da un banco all'altro in cerca di compagni con cui socializzare) quasi sempre non per volontà loro - anzichè portarla all'aperto nel cortile scolastico, libera di giocare-sfogarsi e decomprimersi. Ne abbiamo intervistate tante di maestre; esse si dichiarano intrappolate nella morsa imposta di uno o di pochi genitori e non sostenute dal "Manager scolastico" che, per paura (dello sporco, della possibilità di correre e cadere, di sudare) si dichiarano contrari a lasciare il figlio o la figlia uscire a giocare, condizionando tutto il resto della classe. Un supporto umano in più come il nonno o la nonna potrebbero permettere di svincolare la classe dal condizionamento.

<<..to turn “cotton wool kids” into “free-range kids”>>* con questo slogan si chiude un articolo sul Teleghaph, che esorta a riportare i minori di età a contatto con la natura e a giocare all'aperto, mentre ancora una volta questo prestigioso giornale provoca con la statistica informando che i bambini che si feriscono cadendo dal letto di casa (e vanno in ospedale) sono tr3 volte più di quelli che lo fanno cadendo da un albero.

* trasformare i bambini avvolti nell'ovatta - iperprotetti - in bambini allevati all'aria aperta.

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